Paesaggi feriti e nuove strategie.Confronto all'Abbazia di Praglia

scritto Martedì, 29 Maggio 2018

Il centro convegni dell’Abbazia di Praglia (Pd), ha ospitato una tre giorni di lavori, dedicata al tema “Terre di Benedetto. Paesaggi Feriti”. Autorevoli gli interventi che si sono susseguiti, avviando la riflessione e il confronto sulle drammatiche conseguenze dei recenti eventi sismici che hanno colpito l’Italia centraleA racchiudere l’idea delle giornate di studio, il motto benedettino “E vulnere ubertas” che, intagliato nell’Abbazia di Praglia, dà il senso della distruzione e della speranza di una rinascita. Tra gli illustri relatori, il prof. Massimo Sargolini, docente di Urbanistica all’università di Camerino. Nel suo intervento, il docente ha anzitutto presentato il lavoro del comitato scientifico di cui fa parte, per la ricostruzione dei territori devastati. In evidenza, da un lato l’importanza del paesaggio e delle interazioni fra uomo e natura; dall’altro la radicale modifica che il sisma ha determinato nella conformazione morfologica dei luoghi, dei borghi, delle città e la necessità di una nuova visione strategica.

Sargolini 1

“Filo rosso di tutta la riflessione - dichiara Sargolini -l’esigenza di concepire e approfondire il tema del bene culturale, in stretta relazione al territorio che lo ospita; con la seconda parte del mio intervento, ho voluto invece evidenziare il percorso necessario alla rinascita dei luoghi. Un percorso- spiega il docente- che fa capo all’approfondimento e studio sui singoli beni; è una visione strategica, che rimette in gioco anche l’assetto complessivo di alcune porzioni di città o di alcuni borghi; per cui la valorizzazione e la rigenerazione dei beni culturali, è possibile nella misura in cui essi riescano ad avere anche un nuovo ruolo, probabilmente in nuove porzioni di città, in nuove parti di territori, in nuovi lembi di borghi e, anche in nuovi borghi. Piccoli spostamenti sono dunque pensabili, ammissibili e da mettere in conto. Il bene culturale è l’anima profonda di queste nuove modalità di vivere e della rigenerazione resistente, ma anche dell’innovazione. E’ sempre il bene culturale il cuore dei nuovi o dei vecchi assetti che vengono ricostruiti filologicamente, non dov’era, com’era. In alcuni casi – continua il professore- è vero che sarà un ‘dov'era com'era’; avremo quindi ricostruzione filologica di quel pezzo di borgo o del singolo bene, esattamente come era collocato e nelle modalità con cui era organizzato. In altri casi, magari rimarrà nello stesso luogo, ma sarà necessario mettere in atto tecniche costruttive, tecniche di rigenerazione e di costruzione innovative. Quindi sarà un ‘dov’era come sarà’. Ci sono anche dei casi in cui, rispetto al territorio, sarà ‘né dov'era, né com'era’ e non bisogna scandalizzarsi. Anzi, bisogna affrontarlo con coraggio con sapienza e con sensibilità perché è inevitabile che avverrà. Ci sarà bisogno di spostare alcune porzioni di borgo, alcune funzioni strategiche e alcune parti di città, in luoghi più sicuri; per cui non sarà, né dov’era, né com’era”.

Paesaggi feriti: azioni per un futuro consapevole”, tema di confronto della tavola rotonda, segnata dagli interventi di Francesca Merloni, ambasciatrice per le Città Creative Unesco, del presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti Giuseppe Capocchin, del sindaco di Matelica Alessandro Delpriori e dell’Arcivescovo Francesco Giovanni Brugnaro.

vescovo Praglia Copia

In primis l’arcivescovo ha inteso evidenziare l’aspetto storico di come, da San Romualdo ai Silvestrini, alle riforme di tutto il monachesimo, la circoscrizione sia stata culla del Benedettismo, ricordando anche i tempi in cui Matelica, Treia, Macerata, erano parte dell’arcidiocesi di Camerino. Come momento di verifica dell’attenzione sulle ferite del sisma, Brugnaro ha sviluppato l’aspetto che gli sta più a cuore,  riferito alla situazione attuale del territorio, dove le domande del dove, come, quando ricostruire, hanno prima di tutto bisogno di comprendere la vastità e la profondità del danno che, dal 24 agosto e fino a pochi giorni fa, il sisma ha provocato. “Ciò ha suscitato molta attenzione, scalpore e interesse – riferisce - soprattutto, per la poca notorietà e la scarsa informazione che circola sulla situazione di un territorio certamente lacerato, grazie a Dio, senza contare morti, né feriti; è talmente grave il danno che le nostre piccole e grandi comunità hanno subìto, nel patrimonio religioso, nel patrimonio civile, nelle case nelle istituzioni, che siamo messi in ginocchio. La nostra diocesi non ha disposizione nessuna chiesa. Su 470 edifici ecclesiastici, 315 sono distrutti; vi sono luoghi dove manca la comunità; i parroci sono fuori dalle parrocchie perché non ci sono canoniche. Ho cercato di illustrare come la gravità e l’attenzione debbano ad un tempo coniugarsi insieme; ci vuole tanta attenzione perché la gravità è stata tanta”. A conclusione del suo intervento, l’arcivescovo ha raccomandato di coltivare con attenzione l’aspetto del capire cosa voglia il territorio, sapendo che è un territorio sismico, evidenziando la necessità di ricostruire secondo criteri di sicurezza; “non con una certa sicurezza, ma con i criteri che scientificamente si danno”.

Carla Campetella

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In evidenza, da un lato l’importanza del paesaggio e delle interazioni fra uomo e natura; dall’altro la radicale modifica che il sisma ha determinato nella conformazione morfologica dei luoghi, dei borghi, delle città e la necessità di una nuova visione strategica. “Filo rosso di tutta la riflessione - dichiara Sargolini -l’esigenza di concepire e approfondire il tema del bene culturale, in stretta relazione al territorio che lo ospita; con la seconda parte del mio intervento, ho voluto invece evidenziare il percorso necessario alla rinascita dei luoghi. Un percorso- spiega il docente- che fa capo all’approfondimento e studio sui singoli beni; è una visione strategica, che rimette in gioco anche l’assetto complessivo di alcune porzioni di città o di alcuni borghi; per cui la valorizzazione e la rigenerazione dei beni culturali, è possibile nella misura in cui essi riescano ad avere anche un nuovo ruolo, probabilmente in nuove porzioni di città, in nuove parti di territori, in nuovi lembi di borghi e, anche in nuovi borghi. Piccoli spostamenti sono dunque pensabili, ammissibili e da mettere in conto. Il bene culturale è l’anima profonda di queste nuove modalità di vivere e della rigenerazione resistente, ma anche dell’innovazione. E’ sempre il bene culturale il cuore dei nuovi o dei vecchi assetti che vengono ricostruiti filologicamente, non dov’era, com’era. In alcuni casi – continua il professore- è vero che sarà un ‘dovera comera’; avremo quindi ricostruzione filologica di quel pezzo di borgo o del singolo bene, esattamente come era collocato e nelle modalità con cui era organizzato. In altri casi, magari rimarrà nello stesso luogo, ma sarà necessario mettere in atto tecniche costruttive, tecniche di rigenerazione e di costruzione innovative. Quindi sarà un ‘dov’era come sarà’. Ci sono anche dei casi in cui, rispetto al territorio, sarà ‘né dovera, né comera’ e non bisogna scandalizzarsi. Anzi, bisogna affrontarlo con coraggio con sapienza e con sensibilità perché è inevitabile che avverrà. Ci sarà bisogno di spostare alcune porzioni di borgo, alcune funzioni strategiche e alcune parti di città, in luoghi più sicuri; per cui non sarà, né dov’era, né com’era”. “Paesaggi feriti: azioni per un futuro consapevole”, tema di confronto della tavola rotonda, segnata dagli interventi di Francesca Merloni, ambasciatrice per le Città Creative Unesco, del presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti Giuseppe Capocchin, del sindaco di Matelica Alessandro Delpriori e dell’Arcivescovo Francesco Giovanni Brugnaro. In primis l’arcivescovo ha inteso evidenziare l’aspetto storico di come, da San Romualdo ai Silvestrini, alle riforme di tutto il monachesimo, la circoscrizione sia stata culla del Benedettismo, ricordando anche i tempi in cui Matelica, Treia, Macerata, erano parte dell’arcidiocesi di Camerino. Come momento di verifica dell’attenzione sulle ferite del sisma, Brugnaro ha sviluppato l’aspetto che gli sta più a cuore,  riferito alla situazione attuale del territorio, dove le domande del dove, come, quando ricostruire, hanno prima di tutto bisogno di comprendere la vastità e la profondità del danno che, dal 24 agosto e fino a pochi giorni fa, il sisma ha provocato. “Ciò ha suscitato molta attenzione, scalpore e interesse – riferisce - soprattutto, per la poca notorietà e la scarsa informazione che circola sulla situazione di un territorio certamente lacerato, grazie a Dio, senza contare morti, né feriti; è talmente grave il danno che le nostre piccole e grandi comunità hanno subìto, nel patrimonio religioso, nel patrimonio civile, nelle case nelle istituzioni, che siamo messi in ginocchio. La nostra diocesi non ha disposizione nessuna chiesa. Su 470 edifici ecclesiastici, 315 sono distrutti; vi sono luoghi dove manca la comunità; i parroci sono fuori dalle parrocchie perché non ci sono canoniche. Ho cercato di illustrare come la gravità e l’attenzione debbano ad un tempo coniugarsi insieme; ci vuole tanta attenzione perché la gravità è stata tanta”. A conclusione del suo intervento, l’arcivescovo ha raccomandato di coltivare con attenzione l’aspetto del capire cosa voglia il territorio, sapendo che è un territorio sismico, evidenziando la necessità di ricostruire secondo criteri di sicurezza; “non con una certa sicurezza, ma con i criteri che scientificamente si danno”. Carla Campetella

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